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I rappresentanti dello Stato Italiano e della Santa Sede lo scorso 18 dicembre avrebbero siglato l’accordo. I preti con le stellette continueranno insomma a essere dei privilegiati rispetto ai religiosi di altre confessioni, cristiane e non, che continueranno a fare il loro dovere ‘Gratis et amore Dei’. Il Vaticano storce il naso di fronte alla forte presa di posizione dei cappellani che, al contrario di quanto era stato concordato con i vertici della Chiesa, hanno deciso di non voler più rinunciare ai gradi militari e quindi ai loro lauti stipendi.

Secondo alcune indiscrezioni, lo scorso 18 dicembre i rappresentanti di Stato e Santa Sede avrebbero già siglato l’accordo che li legittima a tenersi i loro privilegi. I preti con le stellette continueranno insomma a essere dei favoriti rispetto ai colleghi di altre confessioni, cristiane e non, che continueranno a svolgere la loro missione ‘Gratis et amore Dei’. Per di più, dal 1 gennaio 2018, grazie al contestatissimo provvedimento di riordino delle carriere varato dal ministro della Difesa Pinotti e dal generale Graziano, quasi tutti saranno promossi “dirigenti dello Stato italiano”. Il miracolo è servito.

Tutto era cominciato nel marzo 2015, “quando sull’onda di una insistente pressione mediatica l’allora direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, annunciò – spiega Luca Comellini, segretario del Partito dei Militari (Pdm) - l’istituzione di una Commissione mista paritetica tra Santa Sede e Stato italiano per stipulare quell’intesa prevista già nel 1984 dall’Atto aggiuntivo al Concordato del 1929 e mai stipulata fra le parti”. Il 23 gennaio 2014, l’allora generale di Brigata (oggi di Divisione) monsignor Angelo Frigerio, confermando la disponibilità dei cappellani a “togliersi i gradi”, e quindi a rinunciare agli stipendi da ufficiali delle forze armate per livellarsi a quelli della Polizia, aveva spiegato che i tempi non sarebbero stati immediati. Dopo due anni e mezzo, i termini dell’accordo partorito dalla Commissione sarebbero dovuti essere quelli già annunciati nel 2016 a Famiglia Cristiana da Frigerio, che nell’occasione, aveva dichiarato che sarebbero restati in pianta organica "l’ordinario e il vicario, come in una diocesi ordinaria e 160 cappellani, cioè 42 unità in meno rispetto a prima".

 In pratica, aveva spiegato Frigerio, “tra questi 42 di cui si farebbe a meno rinunciamo a 12 che sono assimilati a gradi dirigenziali: 3 al grado di brigadiere generale e 9 colonnelli. Rinunciare a questa parte dirigenziale e agli altri 30 farà scendere la spesa a livello nazionale dai poco più di nove milioni di euro attuali a poco meno di sei. Siamo orgogliosi di aver proposto noi per primi questo taglio in comunione anche con quanto chiede il Papa ai sacerdoti: una maggiore essenzialità nella loro vita economica”. Le cose non sono andate così. Ora l’accordo dovrà essere sottoposto all’approvazione del Parlamento perché, come aveva a suo tempo spiegato Frigerio a Famiglia Cristiana “si tratta di materia concordataria e dunque non possono essere fatte modifiche in quella sede. In caso di approvazione diventerà legge, in caso contrario si dovrà riprendere a discutere in Commissione”. I cappellani – dunque – si stanno adattando alla nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotori per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe.

 

Lo scioglimento anticipato del Parlamento annunciato dal presidente della Repubblica Mattarella tuttavia “potrebbe creare – spiega Comellini - problemi all’iter per la definitiva approvazione e quindi all’entrata in vigore della riforma”. In caso di stallo però l’effetto sarebbe comunque a favore dei generali-preti e dei loro subalterni perché, il prossimo anno, come scritto nero su bianco nel “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018”, saranno – si legge su Agenparl – "ancora 197 i preti con le stellette che continueranno a percepire i sostanziosi stipendi da ufficiale e generale delle forze armate, una spesa che peserà sulle tasche dei contribuenti per 9.847.264 euro”. Il Vaticano batta almeno un colpo

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